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EXIBART - Intervista a Riccardo Caldura sulla Galleria Contemporaneo - Mestre
Leggetela. Difficile non rimanere perplessi dinnanzi alle dichiarazioni di Riccardo Caldura.
In quest'ultima intervista lo sentiamo sgranare un rosario di “abbiamo puntato, abbiamo posto. abbiamo...”, quasi per volerci convincere che la programmazione dello spazio mestrino non è stata per anni solamente l'illustrazione del suo gusto personale di direttore artistico, eppure chi conosce il percorso del Caldura critico-intellettuale difficilmente può nutrire dei dubbi in proposito; la scelta di porre “attenzione agli artisti nel cui lavoro fosse in atto una riflessione aggiornata sui linguaggi del modernismo” andrebbe - ovviamente - motivata con ben altre argomentazioni, ma in effetti essa esprime solo una limitata visione dell'arte e della contemporaneità.
La definizione di Venezia come “città dei turisti” quasi si trattasse di Jesolo Lido o Gabicce Mare ben rappresenta la pochezza dell'elaborazione teorica di certi intellettuali locali.
Non è il valore dei singoli artisti esposti che voglio qui mettere in discussione; i limiti della gestione Caldura vanno invece individuati nella monotonia delle tendenze artistiche proposte. Vediamo una programmazione tutta dogmatica, affermativa, illustrativa di concetti e idee ripetute, cupamente professorale nell'assenza di ludico e narrativo. Poche mostre a tema, tante personali firmate Caldura: evidente la censura su intere aree della produzione visiva contemporanea.
Stando così le cose, può esser utile ricordare che, proprio alla galleria Contemporaneo, abbiamo visto negli ultimi anni alcuni errori teorici sorprendenti da parte da parte di chi ha cercato persino di attribuire l'altisonante definizione di “centro di ricerca” ad uno spazio espositivo per artisti mid-career.
Infatti, nella presentazione delle mostra di Esther Stocker, Caldura definiva il Contemporaneo di Mestre come un “spazio pubblico di ricerca”; nel medesimo articolo lo spazio mestrino veniva descritto come istituzione per artisti che hanno “già maturato una significativa attività espositiva sia in spazi pubblici che privati”, in altre parole una realtà appiattita su percorsi sicuri di circuito, nomi noti, già mid-career, non certo delle scoperte inedite. Chiaramente una selezione di base così restrittiva esclude l’autentica ricerca.
Entro tale schema l'idea di ricerca culturale, escludendo a priori numerose possibilità (ruolo sociale dell'artista, underground, contaminazioni) viene ridotta ad codice stilistico immediatamente riconoscibile, chiudendo l'arte contemporanea entro i limiti di un dogma imposto istituzionalmente dall'alto, e non - quale essa in effetti è - un processo in atto. Tutto questo va letto come diretta conseguenza di evidenti carenze di metodo. Nello spazio mestrino è mancato un metodo capace di restituire alla creatività contemporanea la sua centralità, la funzione-punto d'intersezione di numerosi segmenti della società.


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