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3 – L’Unione Sarda Provincia di Sassari Pagina 36
Concorsi: la Finanza all’Ateneo Sospetti su un esame per il dottorato in Scienze Sassari. La denuncia presentata da un ricercatore sassarese escluso e costretto a trasferirsi a Stoccolma Il ricercatore, primo nelle prove scritte, è stato messo in difficoltà nell’orale da un docente universitario esterno alla commissione esaminatrice. Poteva assistere, ma non intervenire durante la prova orale. La Guardia di finanza della compagnia di Sassari ieri mattina ha sequestrato decine di incartamenti relativi a un concorso universitario per un dottorato di ricerca in Scienze e tecnologie chimiche. Il blitz all’ateneo arriva dopo la denuncia presentata da uno dei partecipanti. Quel concorso stravinto nella prova scritta e svanito all’orale, a quel giovane candidato non è andato proprio giù. Il ricercatore sassarese, prima di fare armi e bagagli e trasferirsi a Stoccolma per l’anno di dottorato negatogli a Sassari, ha preso coraggio e denunciato tutto alla Procura della repubblica. Secondo la ricostruzione del giovane, assistito dagli avvocati Claudio Mastandrea e Antonio Secci, la borsa di studio quasi certa è svanita sulle domande tranello di un docente esterno alla commissione esaminatrice. Di un professore universitario che in teoria avrebbe potuto assistere alla prova orale, ma che non era tenuto a fare domande. Il ricercatore, primo su sei partecipanti nella prova scritta sul tema «l’equilibrio chimico», si è presentato il giorno successivo all’esame orale. E per quattro o cinque volte è stato ripreso e interrotto dal docente esterno, mentre la commissione esaminatrice composta da altri tre professori sceglieva la strada del silenzio. Una neutralità sospetta, secondo il ricercatore. Per il ventiseienne sassarese il concorso finiva nel peggiore dei modi: quinto in graduatoria e fuori dai benefici universitari. I primi due hanno goduto delle borse di studio, un terzo potrà portare avanti la propria ricerca anche se senza retribuzione. Una esclusione che ha fatto andare su tutte le furie il ricercatore e soprattutto il padre, anche lui docente universitario seppur in un’altra facoltà. Immediata la presentazione di un esposto querela. La denuncia è quindi approdata sul tavolo del sostituto procuratore Andrea Garau che ha disposto il sequestro della documentazione dell’esame. Il blitz degli uomini del capitano Alessandro Troisi è avvenuto ieri mattina nell’ufficio dottorati di ricerca di largo Macao e nel dipartimento di chimica di via Vienna. Nel frattempo il giovane ricercatore ha fatto domanda all’università di Stoccolma per un progetto di ricerca simile. Domanda accolta e trasferimento in vista per il brillante chimico sassarese. |
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Il libro-inchiesta di davide carlucci e antonio castaldo
L'università dei baroni: ecco come funziona Un viaggio tra truffe, favori e abusi di potere: i meccanismi perversi delle fabbriche di cultura italiane MILANO – Sconcertante, devastante o umiliante? E’ difficile trovare gli aggettivi giusti per descrivere al meglio lo stato dell’università italiana dopo aver letto Un Paese di Baroni, il libro appena uscito di Davide Carlucci e Antonio Castaldo su «truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana» (editore Chiarelettere). Non un romanzo, purtroppo. Ma una lunga, dettagliata e approfondita inchiesta con nomi, cognomi, date, pochissime opinioni e tanti fatti. Un’inchiesta che lascia senza fiato: perché se è vero che tutti sanno (o dicono di sapere) che è prassi comune e diffusa che per avere certe cattedre e varcare certe soglie occorra essere figlio di, amico di o sponsorizzato da, è altrettanto vero che leggere 309 pagine che raccontano di privilegi, concorsi truccati, reti di parentele intrecciate, infiltrazioni mafiose, gerarchie nazionali su chi comanda e dove, criteri gerontocratici di scelta, lobby bianche, rosse e nere, intrecci politici ed economici nella selezione dei docenti fa un effetto devastante. Non solo per i professori, ricercatori e dottori coinvolti nelle inchieste documentate nel libro ma per tutti quelli che pur a conoscenza di un «sistema tanto chiacchierato, e oggetto di generale indignazione fino ad oggi lo hanno accettato. L’importante era non fare i nomi» scrivono i due autori. Ora ci sono anche quelli, nero su bianco. Ma forse anche questo cambierà di poco la questione. Il sistema pare così tanto incancrenito da autoalimentarsi e sopravvivere da solo. Anche se delle crepe cominciano a intaccare il muro di gomma dell’università italiana. Carlucci e Castaldo (tutti e due giornalisti; il primo a Repubblica, il secondo al Corriere della Sera) raccontano infatti, accanto all’università dei privilegi, anche quella di chi lavora seriamente tutti i giorni e per pochi soldi. E soprattutto riportano le storie e le testimonianze di chi si è ribellato contro i concorsi truccati, contro un «sistema fortissimo basato molto sull’obbedienza e poco sul merito». Citando i sempre più numerosi casi di intercettazioni fai da te di studenti, aspiranti ricercatori o docenti che si sono presentati nell’università dei baroni a colloquio con i prof muniti di registratori portatili per memorizzare «le regole del gioco». Negli ultimi anni proprio queste intercettazioni hanno portato a più di un’inchiesta contro prepotenze e abusi. Alcuni in Italia si chiedono ancora perché nelle graduatorie sulle migliori università del mondo, i nostri atenei facciano sempre una pessima figura. Inutile chiederselo dopo aver letto questo libro. Peggio: frustrante. Paolo Bertinetti, preside della facoltà di lingue e letteratura a Torino afferma di «non aver mai conosciuto nessuno che sia diventato professore solo in base ai propri meriti». Stefano Podestà, ex ministro dell’Università nel 1996 ha dichiarato: «I rettori italiani? La metà di loro è iscritta alla massoneria». Mentre, dati alla mano, Carlucci e Castaldo scrivono che «i rettori hanno famiglia in 25 delle 59 università statali italiane. Quasi il 50% (il 42,3 per l’esattezza) ha nella medesima università un parente stretto, quasi sempre un altro docente». Più chiara ancora la ricostruzione di un dialogo tra docenti nella deposizione rilasciata all’autorità giudiziaria da Massimo Del Vecchio, professore di matematica a Bari – «Se non vengo io, tu non sarai nominato preside» – «Che cosa vuoi in cambio?» – «Due miei parenti falli entrare…». Carlo Sabba, uno dei professori che si è ribellato al sistema dei concorsi truccati, conclude amaramente: «Se non si spezza questa catena, i giovani saranno a immagine e somiglianza di chi li ha arruolati, e tutto rimarrà uguale». Il libro-inchiesta di Carlucci e Castaldo vuole essere «un’istantanea sullo stato dell’università italiana e delle èlite che la governano, nel momento di più profonda decadenza della sua storia». Nel volume si ripercorrono le vicende che hanno portato intere dinastie familiari alla conquista di tutte le cattedre disponibili nelle città italiane «calpestando tante volte il merito e eludendo le regole democratiche; con intere bande di cattedratici che si sono spartite il territorio proprio come fa la mafia; raccontando il sistema dei baroni e la fitta trama di scambi tra potere politico e mondo universitario. Il tutto a detrimento di chi crede nelle università e nell’eccellenza dello studio con i centinaia di professori, ricercatori e lettori che nonostante i soprusi e le generali storture di un sistema che non funziona, resistono e lavorano». I due hanno deciso di dedicare il loro lavoro ai «tanti <ribelli> che in questi ultimi anni hanno denunciato abusi, aperto blog e siti internet contro il malcostume accademico, scrivendo spesso con nomi e cognomi ai quotidiani nazionali e ai tantissimi professori e ricercatori onesti grazie ai quali l’Italia è ai primissimi posti di una speciale classifica di merito stilata dalla rivista Nature nel 2004 calcolata in base alla proporzione tra investimenti ricevuti e qualità delle pubblicazioni delle principali riviste di ricerca internazionale: nonostante i pochi soldi, i concorsi truccati, la corruzione e molto altro i ricercatori italiani ottengono risultati eccezionali. Incredibile ma vero». Viene solo da chiedersi allora, visto che la degenerazione universitaria è direttamente proporzionale alla cattiva qualità della ricerca, che Paese saremmo se le terribili storture denunciate in questo libro sull' università non ci fossero. Visto che «da qualche decennio si assiste ad un’autentica degenerazione della logica del privilegio e per un po’chi voleva far carriera si è adeguato, chi non ha trovato spazio ha cercato un’occasione all’estero, altri hanno gettato la spugna e hanno ripiegato sulla professione privata, sull’insegnamento nelle scuole superiori, oppure sono caduti in depressione». Cosa sarebbe l’Italia se tutti quelli che sono andati via o non sono riusciti ad entrare e lo meritavano avessero potuto studiare e fare ricerca nelle università del nostro Paese? L’inchiesta si fa viva. Viene descritto nei dettagli il “sistema mafioso” che vige all’interno di alcune università (caso limite a Messina, dove «le indagini hanno mostrato le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta» e «la cosca Morabito è penetrata profondamente all’interno della Facoltà di medicina e chirurgia» come scrive il pm Gratteri della dda di Reggio Calabria). Viene raccontato come agisce la massoneria in cattedra («A Bologna ci sono due lobby, massoneria e Cl. Controllano la sanità e la facoltà di Medicina. E’ sempre stato così. E’ uno spaccato inquietante» dice Libero Mancuso, ex magistrato, assessore comunale a Bologna). Viene spiegato il meccanismo della grande truffa dei concorsi («C’è l’assenza di qualsiasi trasparenza nello stabilire chi merita e chi no. Pilotare i concorsi è una pratica assolutamente sicura e quasi indolore. I docenti sanno di partecipare a un teatrino. Il nome di chi deve vincere si conosce in anticipo. Talvolta è davvero la migliore delle scelte possibili. Altre volte decisamente no. Ma la domanda è: se già si conosce il vincitore perché spendere tanti soldi per indire i concorsi?» scrivono Carlucci e Castaldo). Si scende poi nei dettagli della Parentopoli d’Italia (Tre esempi soli tra i tanti? «A Roma il rettore è Luigi Frati, ex preside di facoltà di Medicina dove c’era la moglie, ex professoressa di liceo diventata ordinario, il figlio, chiamato a insegnare sotto la presidenza del padre, e la figlia, laureata in giurisprudenza…A Napoli nelle facoltà di Economia e Commercio della Federico II sono state rintracciate 140 parentele accademiche su un totale di 877 docenti...A Bari a Economia imperversano famiglie come i Massari: otto i docenti con questo cognome, tutti imparentati tra loro»). Si spiegano i meccanismi delle commistioni dei poteri trasversali, poteri politici e interessi economici che determinano assunzioni e vincitori di concorsi. Tutto sempre più spesso inter nos. Basta leggere cosa dice il Cnvsu, il Comitato di valutazione universitaria: il 90,2% dei docenti vincitori di concorso dal 1999 al 2007 provenivano dallo stesso ateneo che aveva messo a bando la cattedra. Con l’autonomia universitaria del 1999 poi (finanziaria e contabile) si sono moltiplicati i docenti e i corsi di laurea più bizzarri. Gli insegnamenti sono raddoppiati: da 85mila a 171mila. Con una proliferazione che non ha eguali nel mondo: in Italia esistono 24 facoltà di Agraria, in California tre, in Olanda solo una. Forse è anche per tutto questo che secondo i dati Ocse del settembre 2008 solo il 17% della popolazione italiana tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea (contro la media dei paesi Ocse del 33%) e solo il 45% degli iscritti arriva alla laurea, meno del Cile e del Messico e sotto la media Ocse del 69%? «Continuiamo così – direbbe il Nanni Moretti dell’ormai storica battuta del film “Bianca” – facciamoci del male». (Oggi alle 15.30 videochat sul Corriere.it con il coautore Antonio Castaldo. Scrivi qui per inviare le tue domande) |
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La cacciata dei settantenni: "Misura inutile. Studenti in ostaggio degli impostori"
![]() TORINO Mandare i «baroni» in pensione prima del tempo? Non serve. Nemmeno secondo Raffaele Simone, docente all’Università di Roma Tre, uno dei maggiori studiosi europei di linguistica e filosofia del linguaggio. Un suo libro-denuncia del ‘93, L’Università dei tre tradimenti, fece discutere. «15 anni dopo, è cambiato poco». Dove l’Università ha fallito? «Tradendo l’interesse pubblico: troppi affari privati. La ricerca: troppi soldi spesi in modo futile e senza controllo. Gli studenti, che non sempre sono l’interesse primario. E il declino di quel poco di qualità dell’insegnamento che sopravviveva, anche se restano molte persone capaci. Così continuiamo a decadere in tutte le classifiche». L’ultima ricerca del Times ci dà in caduta libera. Perché? «L’aspetto più debole è la governance. Siccome tutte le cariche sono elettive, si vive in un clima generale di campagna elettorale. I voti di scambio e i voti a dispetto sono pratica corrente. Le mediazioni possono essere spossanti, il potere di interdizione di gruppi e consorterie aumenta e indebolisce i responsabili, che non possono esercitare una gestione forte: le decisioni sono sfumate per non scontentare nessuno». Altra nota dolente: i concorsi. Perché non funzionano? «I bravi sono mischiati ai somari o agli incapaci, e non si fa nulla per identificarli e premiarli. Solo il caso (o la formazione di cordate particolarmente rigorose) permette di premiarli». E i professori? «Pochi considerano la ricerca l’obiettivo principale, una minoranza fa davvero il suo dovere e una minoranza ancora più esigua è costituita da persone di qualità. L’università si regge sul 7-10 per cento dei suoi docenti». E gli altri? «Una delle disfunzioni del sistema è la debolezza dei controlli. Del resto, per esercitare un controllo è necessario disporre di un potere reale, non solo elettorale. Tra i controlli che non si fanno, c’è quello delle presenze dei docenti, che non devono rendere conto del loro impiego del tempo. Nessuno registra ritardi, spostamenti di esami o annullamenti di lezioni, viaggi, vacanze, sparizioni immotivate». L’assenteismo è tollerato? «Non solo. Il nostro è un sistema fittiziamente democratico. Un Nobel e un impostore ricevono lo stesso stipendio e hanno le stesse prerogative». Davvero i docenti sono tutti uguali? «No. Ci sono i “patrizi”, professori-professionisti che hanno un canale parallelo e preminente di attività professionali lucrose e adoperano l’università principalmente per arricchire il loro biglietto da visita. Gli altri sono plebei, dato che quel canale non ce l’hanno, neanche se lo volessero». Questa situazione incide sulla ricerca? «Molto. E c’è altro: pochi soldi, compensati dalla scarsità del controllo sulla spesa e la sua legittimità; poca valutazione seria dei risultati; molto provincialismo e ricerca fittizia, fatta solo per stampare carta per concorsi». E gli studenti? Sono ostaggi? «Se insoddisfatti non possono far nulla perché il servizio migliori né scegliere un’alternativa più efficiente, visto che tra gli atenei non c’è vera concorrenza». Gli atenei traditi Raffaele Simone, studioso di linguistica e filosofia del linguaggio, insegna nell’Università di Roma 3. Nel 1993 pubblicò il saggio «L’Università dei tre tradimenti». |
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![]() La cacciata dei baroni Università con i conti in rosso, via tra le proteste un migliaio di professori settantenni ANDREA ROSSI TORINO Là dove nessuna riforma ha osato (o potuto) addentrarsi sono arrivati i conti in rosso. E così, un migliaio di professori universitari prossimi ai 70 anni si è visto recapitare una lettera: il 31 ottobre andrete in pensione. Stesso discorso per gli over 70 che avevano ottenuto una proroga di due anni. A casa pure loro. Il maxi esodo dei «baroni» - e di ordinari, associati e ricercatori - in tre anni potrebbe svuotare gli atenei italiani. L’Università rischia di perdere circa 4 mila ordinari, quasi uno su quattro. Colpa dei bilanci. E di un articolo della legge Tremonti che ha smontato il meccanismo che consentiva di ottenere, a 70 anni, la proroga automatica di due anni. «Prima ci dovevamo giustificare se rifiutavamo una richiesta; ora dovremo farlo se l’accettiamo», spiega il prorettore della Statale di Milano, Dario Casati. Per evitare accuse di favoritismi, la maggior parte delle università ha deciso: tutti a casa, sull’onda dell’indicazione della Conferenza dei rettori. «Rischiamo di restare oltre il 90% nel rapporto tra stipendi e finanziamenti fino al 2017. Solo così torneremo ad assumere entro il 2011», spiega, a Trieste, il rettore Francesco Peroni. Stesso discorso a Firenze, Genova, Pisa, Bologna, Palermo, Milano e in quasi tutti i grandi atenei. La manovra potrebbe far risparmiare 6-800 milioni di euro solo con gli ordinari. Ma negli atenei ha scatenato la rivolta. «Siamo stati discriminati, cacciati dall’oggi al domani». E giù decine di ricorsi ai Tar (Roma, Milano, Firenze): tutti bocciati. Tanti rettori la pensano più o meno allo stesso modo. E - conti permettendo - potrebbero concedere la proroga a qualcuno. Ma a chi? Alcuni hanno chiesto ai dipartimenti di indicare i “senior” considerati insostituibili. Il risultato? Tutti necessari, ovvio. Così il numero uno de La Sapienza di Roma, Luigi Frati, che potrebbe privarsi di 270 docenti, mette le mani avanti: «Ho chiesto collaborazione alle facoltà per individuare le eccellenze scientifiche. Altrimenti dovrò mandare via tutti». Per qualcuno l’esodo è la grande occasione per svecchiare assumendo docenti e ricercatori giovani. Difficile. Il caso di Torino è emblematico: a Medicina è in atto una guerra sotterranea tra settantenni che non vogliono perdere il posto, e associati che sognano di scalzarli. A 60 anni. Il pensionamento di massa non sembra la premessa di un ricambio generazionale. La legge Gelmini ha bloccato i concorsi, compresi quelli banditi, scatenando un’ondata di ricorsi e lo stop alle assunzioni. «Dal bando di concorso a quando il posto viene assegnato passano 20 mesi. Significa che almeno per i prossimi due anni nessuna università assumerà», spiega Franco Indiveri, docente alla Facoltà di Medicina a Genova. L’esodo dei «baroni» lascia perplessi persino i loro più accaniti avversari. Docenti come Tommaso Gastaldi, associato di Statistica a La Sapienza: «L’effetto sarebbe positivo se ci fosse un vero progetto di ringiovanimento...». E un altro irriducibile avversario del baronato, Giovanni Grasso, ordinario di Anatomia a Siena: «Tanti corsi dovranno chiudere». Bene, direbbe qualcuno, visto che negli ultimi anni si sono moltiplicati. Troppo semplice. Paolo Gianni, docente di Chimica a Pisa e segretario del Comitato nazionale universitario, spiega che gli atenei «hanno già razionalizzato, ma sulla base di un corpo docente che ora verrà molto ridimensionato. Così salta tutto». Tutto tranne, forse, proprio i «baroni». Che perderanno la cattedra e - per i medici - la carica di primario. Ma non alcuni privilegi, soprattutto il diritto, per due anni, a far parte delle commissioni nei concorsi, la vera fonte di potere, dove un docente di peso può decidere avanzamenti di carriera e assunzioni.ANDREA ROSSI TORINO Là dove nessuna riforma ha osato (o potuto) addentrarsi sono arrivati i conti in rosso. E così, un migliaio di professori universitari prossimi ai 70 anni si è visto recapitare una lettera: il 31 ottobre andrete in pensione. Stesso discorso per gli over 70 che avevano ottenuto una proroga di due anni. A casa pure loro. Il maxi esodo dei «baroni» - e di ordinari, associati e ricercatori - in tre anni potrebbe svuotare gli atenei italiani. L’Università rischia di perdere circa 4 mila ordinari, quasi uno su quattro. Colpa dei bilanci. E di un articolo della legge Tremonti che ha smontato il meccanismo che consentiva di ottenere, a 70 anni, la proroga automatica di due anni. «Prima ci dovevamo giustificare se rifiutavamo una richiesta; ora dovremo farlo se l’accettiamo», spiega il prorettore della Statale di Milano, Dario Casati. Per evitare accuse di favoritismi, la maggior parte delle università ha deciso: tutti a casa, sull’onda dell’indicazione della Conferenza dei rettori. «Rischiamo di restare oltre il 90% nel rapporto tra stipendi e finanziamenti fino al 2017. Solo così torneremo ad assumere entro il 2011», spiega, a Trieste, il rettore Francesco Peroni. Stesso discorso a Firenze, Genova, Pisa, Bologna, Palermo, Milano e in quasi tutti i grandi atenei. La manovra potrebbe far risparmiare 6-800 milioni di euro solo con gli ordinari. Ma negli atenei ha scatenato la rivolta. «Siamo stati discriminati, cacciati dall’oggi al domani». E giù decine di ricorsi ai Tar (Roma, Milano, Firenze): tutti bocciati. Tanti rettori la pensano più o meno allo stesso modo. E - conti permettendo - potrebbero concedere la proroga a qualcuno. Ma a chi? Alcuni hanno chiesto ai dipartimenti di indicare i “senior” considerati insostituibili. Il risultato? Tutti necessari, ovvio. Così il numero uno de La Sapienza di Roma, Luigi Frati, che potrebbe privarsi di 270 docenti, mette le mani avanti: «Ho chiesto collaborazione alle facoltà per individuare le eccellenze scientifiche. Altrimenti dovrò mandare via tutti». Per qualcuno l’esodo è la grande occasione per svecchiare assumendo docenti e ricercatori giovani. Difficile. Il caso di Torino è emblematico: a Medicina è in atto una guerra sotterranea tra settantenni che non vogliono perdere il posto, e associati che sognano di scalzarli. A 60 anni. Il pensionamento di massa non sembra la premessa di un ricambio generazionale. La legge Gelmini ha bloccato i concorsi, compresi quelli banditi, scatenando un’ondata di ricorsi e lo stop alle assunzioni. «Dal bando di concorso a quando il posto viene assegnato passano 20 mesi. Significa che almeno per i prossimi due anni nessuna università assumerà», spiega Franco Indiveri, docente alla Facoltà di Medicina a Genova. L’esodo dei «baroni» lascia perplessi persino i loro più accaniti avversari. Docenti come Tommaso Gastaldi, associato di Statistica a La Sapienza: «L’effetto sarebbe positivo se ci fosse un vero progetto di ringiovanimento...». E un altro irriducibile avversario del baronato, Giovanni Grasso, ordinario di Anatomia a Siena: «Tanti corsi dovranno chiudere». Bene, direbbe qualcuno, visto che negli ultimi anni si sono moltiplicati. Troppo semplice. Paolo Gianni, docente di Chimica a Pisa e segretario del Comitato nazionale universitario, spiega che gli atenei «hanno già razionalizzato, ma sulla base di un corpo docente che ora verrà molto ridimensionato. Così salta tutto». Tutto tranne, forse, proprio i «baroni». Che perderanno la cattedra e - per i medici - la carica di primario. Ma non alcuni privilegi, soprattutto il diritto, per due anni, a far parte delle commissioni nei concorsi, la vera fonte di potere, dove un docente di peso può decidere avanzamenti di carriera e assunzioni. |
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Salve sono nuovo, ma vorrei far qualcosa per evitare che si creino queste ingiustizie.
Non chiedetemi come ma conosco il nome e il cognome di una che a breve vincerà una borsa di studio indetta tramite concorso dell'Istituto Croce. Logicamente il concorso e' truccato. Lascero' qui solo le sue iniziali: M. V. a novembre vedrete che ho ragione. Ma cosa si puo' fare per bloccare queste ingiustizie??? Bisogna sempre stare zitti???? Grazie ciao |
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#77 |
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COme fai a smascherare una cosa del genre??? Se ti esponi ti bruci, se non ti esponi questi fanno sempre i loro comodi, e' un po' difficile prendere una scelta.
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#78 |
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#79 |
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Scusa ma questa borsa di studio è per un concorso tipo dottorato, assegno di ricerca oppure è una borsa che l'Istituto indice per gli studenti che hanno dei meriti o che?
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