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    Predefinito Riassunti letteratura

    ciao ragazzi, mi servirebbero i riassunti di questi autori di letteratura latina : Fedro, Seneca,Persio, Lucano, Petronio, Quintiliano, Stazio, Marziale, Tacito, Giovenale, Plinio il giovane, Svetonio, Apuleio, Girolamo, Agostino. se me li potete dare o mi dite dove prenderli mi fareste un grande piacere...perkè non riesco a trovarli e mi servono per studiare velocemente tutto il programma di latino letteratura, che dal libro ci metterei troppo tempo...grazie a tutti anticipatamente

  2. #2
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    [QUOTE=massimo299;2964764]ciao ragazzi, mi servirebbero i riassunti di questi autori di letteratura latina : Fedro, Seneca,Persio, Lucano, Petronio, Quintiliano, Stazio, Marziale, Tacito, Giovenale, Plinio il giovane, Svetonio, Apuleio, Girolamo, Agostino. se me li potete dare o mi dite dove prenderli mi fareste un grande piacere...perkè non riesco a trovarli e mi servono per studiare velocemente tutto il programma di latino letteratura, che dal libro ci metterei troppo tempo...grazie a tutti anticipatamente

    TI MANDO QUELLO CHE HO!

    APULEIO
    Nasce a Madaura in Algeria, intorno al 125 d.C. da famiglia benestante e completa la sua educazione filosofica ad Atene; dalla sua passione per i riti misterici e la magia nasce anche la grave accusa di aver sedotto e poi sposato la madre di un vecchio compagno di studi, accusa da cui si difende brillantemente pronunciando personalmente l’orazione difensiva davanti al proconsole romano, pervenutaci con il titolo di Apologia. Muore a Cartagine del 170.
    Le opere minori
    Sono espressione dei multiformi interessi dell’autore.
    Come maggiore esponente del medioplatonismo, dottrina filosofica che riprende dottrine non scritte di Platone fondendole con spunti mistici, Apuleio scrive i trattati De mundo, De Platone et eius dogmate r, particolarmente significativo, De deo Socratis, in cui a partire dall’immagine del demone socratico Apuleio elabora un’articolata teoria che distingue tra anime incarnate, quelle dei singoli uomini, anime disincarnate, come quelle degli avi cioè i Lari, e anime da sempre vive di legami corporei, come Sonno o Amore dotate di poteri superiori.
    Come esperto di magia, Apuleio ci ha lasciato – come detto – la propria autodifesa, l’ Apologia, unico esempio di orazione giudiziaria di età imperiale giuntoci, di stile ciceroniano ma anche caratterizzata da brillante oratoria sul tema magico specifico.
    Come oratore, Apuleio compone diversi discorsi pronunciati come conferenziere.
    Le Metamorfosi
    E’ l’opera più importante di Apuleio ed l’unico romanzo della latinità pervenutoci per intero; si tratta di 11 libri e ci è pervenuta anche con il titolo di “Asino d’oro”. Narra le avventure di un certo Lucio trasformatosi in asino per errore durante un esperimento magico e, dopo molte peripezie, ritornato uomo. L’o narrante è anche il protagonista della vicenda.
    Dopo il proemio, nei libri I – III il protagonista, appassionato di magia, chiede ad una maga di sperimentare di sé un esperimento di metamorfosi, ma per errore egli resta mutato in un asino; nei libri IV – VII l’asino viene rapito da briganti nel covo dei quali giunge una ragazza anch’essa rapita che viene confortata da una vecchia con il racconto della favola di Amore e Psiche; nei libri VIII – X l’asino muta continuamente padrone finché riesce a fuggire; infine nel libro XI in sogno la dea Iside suggerisce a Lucio il mod per tornare uomo cibandosi di rose. Diverrà poi sacerdote di Osiride a Roma.
    La maggior parte degli studiosi ritiene che Apuleio si sia ispirato ad un precedente testo per la vicenda dell’uomo – asino ma che la favola di Amore e Psiche ed il finale sui culti di Iside e Osiride siano apuleiani; certamente la ricostruzione dell’intera vicenda è di fatto personalissima.
    Il genere del romanzo apuleiano riprende da generi precedenti quali la “fabula Milesia” ed il romanzo erotico greco; importante anche l’influenza misterica.
    All’interno del racconto “cornice” dell’uomo – asino, trovano posto altre narrazioni più o meno ampie come la favole di Amore e Psiche e novelle di argomento magico, sull’adulterio, sulla crudeltà femminile.
    Il tutto fa delle Metamorfosi un’opera complessa anche sotto il profilo del significato complessivo da attribuire all’intera narrazione; essa non va interpretata né come un semplice romanzo di intrattenimento né solo come un testo a “chiave” religiosa. In line con lo spirito dei tempi l’autore vuole probabilmente rispondere all’esigenza di una narrazione piacevole adatta ad un pubblico abbastanza ampio, e nello stesso tempo inviare un messaggio di salvezza spirituale cui la sua epoca aspirava.
    Lo stile è molto personale ed in esso sono compresenti arcaismi ed arditi neologismi, termini poetici e barbarismi del latino africano. Alla concinnitas (concisione) della classicità, l’autore sostituisce una narrazione mossa ed evocativa che sfrutta la musicalità della lingua.


    Aulo Persio Flacco
    Biografia
    Il poeta nasce a Volterra, Etruria, intorno al 34 d.c., da una famiglia piuttosto agiata, non di nobili origini,appartenente all'ordine equestre. All'età di dodici anni si trasferisce a Roma per seguire le lezioni di celebri maestri tra cui principalmente Quinto Remmio Palemone. Dopo soli quattro anni diviene allievo del filosofo stoico Lucio Anneo Cornuto, un liberto di Seneca, a cui si deve non solo l'impronta stoica nella futura formazione di Persio ma gli offre inoltre l'occasione di conoscere intellettuali come Lucano, Seneca, Trasea Peto, Cesio Basso i quali influiscono notevolmente sulla sua persona sotto ogni aspetto culturale. Dal carattere piuttosto sensibile e riservato, con una buona dose di forte rigore morale, si dedica completamente ai suoi studi supportato dalla madre, dalla sorella e da una zia paterna, nella sua biblioteca contenente più di settecento volumi. Nel 62 d.c muore in seguito ad una grave malattia che colpisce lo stomaco, all'età di ventotto anni. La sua opera viene in seguito revisionata da Cesio Basso e Lucio Anneo Cornuto prima di essere pubblicata; molte parti, ritenute pericolose a causa del carattere fortemente polemico verso la politica neroniana, sono state di conseguenza eliminate.
    Opere
    Del suo ampio corpus poco ci è giunto: scrisse sei satire su vari argomenti tra cui la vera religione, il conosci te stesso, ripresa dal greco ????? ???????, l'avarizia, la libertà del sapiente, la funzione della poesia, la presunzione dei potenti.
    • I "coliambi" (14 vv) hanno un vero e proprio valore programmatico: l’autore vi sostiene che il suo intento è quello di educare moralmente i suoi lettori, polemizza aspramente contro le mode letterarie del tempo, volte esclusivamente a scopo di piacere ed intrattenimento, e rivendica orgogliosamente l’originalità della sua poesia e della sua ispirazione.
    • Nella prima satira ripudia la consuetudine delle declamationes (esecuzioni pubbliche in cui si faceva sfoggio della propria conoscenza letteraria fine a sé stessa).
    • Nella seconda satira attacca le incoerenze dei religiosi che ripongono tutto nei loro Dei senza tentare essi stessi di liberarsi del male che li attenaglia.
    • Nella terza satira propone la necessità di studi rigidi e severi perché possano essere formativi.
    • Nella quarta satira sottolinea l'importanza di conoscersi secondo i principi stoici, e la futilità degli affari pubblici.
    • Nella quinta satira riprende i precetti stoici e da suggerimenti sul come liberarsi delle passioni. Questo è uno dei tratti caratteristici di Persio, che nelle sue satire racchiude anche una funzione pedagogica.
    • Nella sesta satira afferma che la vera libertas non è un dato esteriore, proprio di un particolare ceto sociale o politico, bensì essa dipende dall'anima. Affermazione che richiama la frase di Seneca
    La satira di Persio si pone dunque come fustigazione del malcostume della società del suo tempo. Auspica a un ritorno in se e manifesta l'importanza di conoscere se stessi, prima di intraprendere qualsiasi cosa e in particolare di criticare gli altri, cosa che i romani di allora sanno fare fin troppo bene.
    Lingua e stile
    • La lingua di Persio si definisce ordinaria e scabra. Ordinaria perché non ricerca supefecazioni stilisiche, scabra perché la iunctura acris produce una sonorità quasi fastidiosa. Questi aspetti verranno poi ripresi nel '900 dal poeta Eugenio Montale
    • Il suo stile è spesso volutamente sentenzioso e oscuro pur usando parole del sermo humilis grazie alla iunctura acris, cioè l'accostamento insolito di termini per suscitare l'attenzione nel lettore. Tuttavia il suo stile non appare affatto sciatto.
    • Persio adotta nella sua satira una voce misurata ma ben definita. Queste caratteristiche rendono i testi stilisticamente originali.
    • Il suo è un realismo esasperato che mette in luce solo gli aspetti peggiori della società in cui vive, tende per certi versi al surrealismo. I suoi accostamenti oscuri, le sue metafore complesse, i suoi passaggi dal generale al particolare, lo hanno reso uno degli autori più difficili della latinità. Lo hanno inoltre anche accostato a uno stile "barocco".
    La triade chirurgica
    Persio per definire il suo stile si serve di una metafora chirurgica. A suo parere il poeta con la poesia deve radere, defigere, revellere, vale a dire "pulire attorno e incidere per asportare"
    Argomento morale
    Il suo intento morale è la critica dei costumi corrotti della società del suo tempo, infatti tramite la satira ci presenta individui deformati nel corpo e nell'anima.
    Pubblico
    Diversamente da Lucilio che postulava un pubblico totale, il pubblico di Persio, come quello di Orazio, è selezionato, in quanto l'autore presuppone una cultura medio-alta. Si scorge anche una sorta di fastidio per il volgo e la persona comune. Si rivolge a un ceto che l'imperialismo ha messo in ombra e che cerca riscatto nello stoicismo.

  3. #3
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    Decimo Giunio Giovenale
    Decimo Giunio Giovenale (Aquino, 60? – Roma 140 d.C.?) fu un poeta satirico latino. Prima di dedicarsi alla poesia, fu professore di retorica ed avvocato abile nelle declamazioni.
    Biografia
    Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte, ricavabili dai rari cenni autobiografici presenti nelle sue sedici Satire scritte in esametri giunte fino ad oggi e da alcuni epigrammi a lui dedicati dall'amico Marziale.
    Giovenale nacque ad Aquino, nel Lazio meridionale, da una famiglia benestante che gli permise di ricevere una buona educazione retorica. poiché nella prima satire, databile poco dopo il 100 d.C., si definisce non più iuvenis (v.25) -il che implica che avesse almeno 45 anni- la data di nascita si può indicare approssimativamente fra il 50 e il 60. Intorno ai trent'anni cominciò ad esercitare la professione di avvocato, dalla quale però non ebbe i guadagni sperati e ciò lo convise a dedicarsi alla scrittura, alla quale arrivò in età matura, circa a quarant'anni (dopo la morte dell'imperatore Domiziano).
    Visse soprattutto all'ombra di uomini potenti, nella scomoda posizione di cliente, privo di libertà politica e di autonomia economica: è probabilmente questa la causa del pessimismo che pervade le sue satire e dell'eterno rimpiato dei tempi antichi. Scrisse fino all'avvento dell'imperatore Adriano e non si sa con certezza la data della sua morte, sicuramente posteriore al 127, ultimo termine cronologico ricavabile dai suoi componimenti . Scarsamente attendibile è la notizia secondo cui fosse stato condannato all'esilio in Egitto dallo stesso Adriano, che non aveva apprezzato i toni offensivi di alcuni suoi versi.
    Ideologia e pensiero
    Giovenale considerò la letteratura mitologica ridicola in quanto troppo lontana al clima morale corrotto in cui viveva la società romana del suo tempo: egli considerò la satira indignata non soltanto la sua musa, ma anche l'unica forma letteraria in grado di denunciare al meglio l'abiezione dell'umanità a lui contemporanea.
    In quanto scrittore di satire, Giovenale è stato spesso accostato a Persio ma tra i due vi è una profonda differenza: Giovenale non crede che la sua poesia possa influire sul comportamento degli uomini perché, a suo dire, l'immoralità e la corruzione sono insite nell'animo umano; pertanto egli si limitò a gridare la sua protesta astiosa, senza coltivare illusioni di riscatto.
    Il rifiuto del pensiero moralistico è una delle componenti più importanti della poetica di Giovenale, così come l'astio sociale: a suo dire, non ci sono più le condizioni sociali che possano portare alla ribalta grandi letterati come Mecenate, Virgilio ed Orazio nel periodo augusteo perché il poeta, nella Roma dei suoi tempi, è bistrattato e spesso vive in condizioni di estrema povertà tanto che spesso è la miseria che lo ispira.
    Questa radicale avversione contro le iniquità e le ingiustizie, che lo portarono anche a declamare versi di rabbia e protesta, sono stati interpretati da alcuni come segnali di un atteggiamento democratico di Giovenale. Questo modo di intendere Giovenale è però molto superficiale: al di là di qualche verso scritto in favore degli emarginati, l'atteggiamento di Giovenale è di inequivocabile disprezzo nei loro confronti, in quanto essi non hanno avuto l'intelligenza necessaria per uscire dalla loro condizione.
    Più che un democratico solidale Giovenale fu un idealizzatore del passato, ovvero quel buon tempo in cui il governo era caratterizzato da una sana moralità "agricola". Questa utopica fuga dal presente rappresenta l'implicita ammissione della frustante impotenza di Giovenale, dato che nemmeno lui era in grado di "muovere le coscienze".
    Negli ultimi anni della sua vita il poeta rinunciò espressamente alla violenta ripulsa dell'indignazione ed assunse un atteggiamento più distaccato, mirante all'apatia, all'indifferenza, forse allo stoicismo, riavvicinandosi a quella tradizione satirica da cui in giovane età si era drasticamente allontanato. Le riflessioni e le osservazioni, un tempo dirette ed esplicite, divennero generali e più astratte, oltreché più pacate. Ma la natura precedente del poeta non andò distrutta completamente e tra le righe, magari dopo interpretazioni più complesse, si può ancora leggere la rabbia di sempre. Si parla di un "Giovenale democriteo", per designare il Giovenale degli ultimi anni, lontano dall'indignatio iniziale.
    Misoginia
    Bersaglio privilegiato delle satire di Giovenale sono le donne, in special modo quelle emancipate e libere, che per il loro disinvolto muoversi nella vita sociale personificano agli occhi del poeta lo scempio stesso del pudore.
    Quelli che egli considerava i vizi e le immoralità dell'universo femminile gli ispireranno la satira VI, la più lunga, che rappresenta uno dei più feroci documenti di misoginismo di tutti i tempi, dove campeggia la cupa grandezza di Messalina, definita Augusta meretrix ovvero "prostituta imperiale".
    In pratica, secondo Giovenale, tutte le donne che utilizzano qualità non intellettuali (per esempio, l'avvenenza fisica) per emergere devono essere considerate "oscene" ed "infami".
    FEDRO
    Favola, satira ed epigramma sono tre generi che condividono lo stesso fine: dar voce a chi non ha voce, al malcontento popolare.
    La letteratura latina è frutto di un’arte dotta, di menti appartenenti ad una elite culturale ed è per questo spesso lontana dalle istanze dell’uomo comune. I tre generi appena ricordati cercano invece di dar voce alla mentalità dell’uomo comune, alla vita di ogni giorno, anche se filtrata dall’arte ancora dotta dei loro autori.
    In Plinio il Giovane, in Svetonio, possiamo certamente notare un recupero di quotidianità ma si tratta pur sempre di una quotidianità osservata con gli occhi delle classi agiate della società romana.
    Favola, satira ed epigramma hanno invece la particolarità di osservare la realtà con gli occhi dei ceti subalterni, sia pure senza presentare mai un progetto di cambiamento, con gli occhi di chi è rassegnato al fatto che il mondo e gli uomini non cambieranno mai.
    Fedro visse tra il 20 ed il 50 d.C.; di origine tracia, giunse a Roma come schiavo e fu poi affrancato divenendo liberto di Augusto. Rimase nella famiglia imperiale forse come precettore; a causa delle allusioni contenute nelle sue favole cadde in disgrazia verso il potente ministro Seiano.
    Di lui ci sono stati tramandati cinque libri per un totale di 93 Fabulae nel verso senario giambico.
    Si tratta di fabulae del genere esopico consistenti in narrazioni di fantasia di cui sono protagonisti prevalentemente animali che sono allegorie dei diversi caratteri umani (es. il leone è il prepotente, la volpe è il furbo etc). Il racconto contiene poi un enunciato che fornisce la chiave di lettura e la morale della storia. L’allegoria consentiva anche ad uno schiavo come Fedro di sottolineare le ingiustizie della società senza esporsi alla vendetta dei potenti.
    Anche la lingua delle Fabulae è al servizio della morale che si intende dare: il ritmo accelerato dalla brevitas, l’uso dei termini astratti, danno luogo a componimenti assai brevi ed essenziali, talvolta tanto rapidi da avvicinarsi ad un proverbio. Il senario giambico contribuisce ad un ritmo più vicino alla prosa che alla poesia e quindi estremamente realistico.
    La favola ha origini antichissime che affondano nelle grandi civiltà egiziana e mesopotamica. Passata poi in Grecia, è usata da Esiodo, da Archiloco, ma solo nelle 400 favole di Esopo ritroviamo quei caratteri (personaggi fissi, personificazione di concetti astratti, animali antropomorfici, insegnamento morale) destinati a permanere nelle favole di Fedro.
    Nella letteratura latina la favola viene usata talvolta anche da Ennio, Lucilio, Orazio.

  4. #4
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    LA FILOSOFIA DI SENECA

    La filosofia come maniera di vivere
    Il mondo romano ha sempre avuto un atteggiamento negativo nei confronti della filosofica puramente speculativa; l’interesse di Roma era verso principi filosofici che potessero essere calati nella vita pratica, e a ciò si deve il successo dello stoicismo che distingueva con chiarezza il discorso sulla filosofia che si articolava in fisica, etica e logica e filosofia stessa, cioè il vivere la filosofia nella pratica quotidiana, il vivere filosoficamente che non ha bisogno di distinzioni, perché chi vive secondo i traduce la filosofia nella vita,ad es., non ha bisogno della teoria della logica ma vive logicamente, non ha bisogno della teoria della fisica ma vive contemplando la natura, non ha bisogno della teoria dell’etica ma vive in maniera retta e giusta.
    Quindi le teorie filosofiche sono al servizio della vita filosofica, il discorso filosofico è così articolato e sistematico per fornire allo spirito un piccolo gruppo di principi strettamente connessi che formino la base del vivere filosoficamente. Nel contempo la vita filosofica non è applicazione esterna, formale di principi, ma quesi principi intanto raggiungono il loro fine in quanto riescono a trasformare intimamente l’uomo.
    Tanto nello stoicismo come nell’epicureismo il filosofare è un atto continuo, permanente, è la vita stessa da rinnovare ad ogni istante. Tale atto è una sorta di orientamento dell’attenzione: nello stoicismo l’attenzione si orienta verso la purezza dell’intenzione dell’agire, nell’epicureismo verso il piacere di essere. Per realizzare tale attenzione bisogna esercitarsi nella meditazione soprattutto della finitezza della vita e quindi della necesiità di vivere il presente senza lasciarsi turbare dal passato e senza preoccuparsi del futuro. Il presente è la sola realtà che sia nostra e l’unica nella quale si possa essere sereni e felici: “Mentre si attende di vivere – ammonisce Seneca nelle sue Lettere a Lucilio – la vita passa!”

    La conquista della serenità (De Brevitate vitae)
    La serenità nasce dalla coscienza che il tempo presente è l’unico a nostra disposizione, l’unico sul quale possiamo incidere e l’unico che possiamo vivere. Nel De Brevitate vitae Seneca introduce la figura del sapiens, che è colui che dedica la vita alla conquista della saggezza e, attraverso la meditazione riesce ad essere padrone del presente mentre nel colloquio con i grandi del passato conquista tutta la sapienza antica; al contrario l’occupatus, costretto dalle necessità quotidiane anche ad umiliarsi alle porte dei potenti, vive nell’affanno

    Qousque eadem? (De tranquillitate animi)
    “Fino a quando le stesse cose?”: è la tragica domanda della nobiltà dei tempi di Nerone, emarginata dal potere e minacciata dal tiranno, persa in attività non appaganti e quindi stanca di sé e delle cose in una sorat di noia di vivere che Seneca definisce un sibi displicere cioè un provare fastidio di sé. Sereno, l’amico cui l’autore dedica il De tranquillitate animi, tentando di sfuggire a questa “noia”, cerca per il suo spirito serenità (tranquillitas), una condizione che gli sembra però lontana e quasi irraggiungibile.

    Seneca politico
    Seneca non assume un atteggiamento negativo dinanzi al principato (cioè all’impero) ma critica i singoli principi, in particolare Caligola e Nerone, che si sono rivelati incapaci di portare a compimento il grande compito che lo stoicismo assegna al principe: elargire ai sudditi benefici e giustizia così che proprio la sua bontà e clemenza lo rendano degno dell’obbedienza e del rispetto dei sudditi stessi. E’ indubbiamente una concezione paternalistica della monarchia assoluta ( il monarca visto come il buon padre dei sudditi) e soprattutto utopistica, giacché era evidente che l’impero stava prendendo sempre di più le caratteristiche di una monarchia assoluta dispotica e non priva di aspetti di preoccupante follia.

    L’impegno politico
    Quello dell’impegno politico è un tema assai interessante: per lo stoico l’impegno nella vita pubblica è cosa lodevole come strumento per beneficare i propri concittadini, tuttavia è u fatto che i grandi maestri stoici (Zenone, Cleante, Crisippo) non fecero mai politica. Nel De tranquillitate animi Seneca affida la risposta ad Atenodoro, uno stoico che svolse la sua attività a Roma: l’impegno politico sarebbe cosa buona ma ambizioni sfrenate, calunnie, disonesti mettono a troppo grave rischio la persona retta che quindi si allontana dalla vita pubblica.

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    LA SATIRA DI GIOVENALE
    Solo in Giovenale per la prima volta la satira aggiunge alla denuncia del male una forte denuncia sociale: egli passa dal teorico contemptus divitiarum (disprezzo della ricchezza) stoico – cinico alla concreta denuncia della povertà come forse il più grave dei mali.
    Autori come Cicerone e Seneca guardavano alla ricchezza con stoica superiorità: si tratta di beni esteriori indifferenti per l’acquisto della felicità che risiede nel possesso dei beni duraturi della virtù, della saggezza, della tranquillitas animi.
    In Giovenale la prospettiva cambia radicalmente: la ricchezza è spesso frutto di disonestà ma l’onestà, pur lodata, muore di freddo.
    Egli rifuta il concetto stoico per cui la virtù è premio a se stessa e rifiuta di condividere l’elogio stoico – cinico della povertà, della paupertas laeta et onesta degli antichi Romani.
    Nella tradizione della satira la figura dell’avaro è commiserata come carnefice di se stesso per le privazioni a cui si sottopone per accumulare la ricchezza. Anche Giovenale compiange la pazzia dell’avaro ma la sua indignatio non si scaglia contro questo avaro che fa male solo a se stesso, ma contro quello che fa economia a spese degli altri concedendo tutto a se stesso, quello che non fa rifare una tunica allo schiavo e per sé fa preparare cibi succulenti.
    Purtroppo l’indignazione di Giovenale si arresta alla denuncia senza che contenga un barlume di fermento sociale

    Nato tra il 55 ed il 60 d.C. ad Equino nel Lazio, ci ha lasciato le sue satire in cinque libri in numero di 16; lo stile combina toni retorici con termini colloquiali della vita quotidiana; Giovenale ama nessi concisi di taglio quasi proverbiale molti dei quali sono rimasti nell’uso comune anche in italiano come panem et circenses ad indicare i principali interessi del popolo (pane e divertimenti), o mens sana in corpore sano ad indicare le necessità della compresenza della cultura e della salute


    LUCANO

    Nacque a Cordova, in Spagna, nel 39 d.C.; poeta di successo e amico personale di Nerone, si dedicò alla composizione di un vasto poema epico – storico, la Pharsalia o Bellum Civile, sulla guerra tra Cesare e Pompeo. Forse il suo orgoglio, forse l’invidia di Nerone per le sue capacità, forse una troppo evidente nostalgia per i tempi repubblicani, forse tutto questo ed altro insieme indusse Nerone ad imporgli il silenzio (l’opera era giunta al terzo libro). Egli continuò privatamente a lavorare all’opera e nel frattempo divenne un oppositore di Nerone fino a partecipare alla fallita congiura di Pisone. Condannato dall’imperatore, si diede la morte a soli 26 anni nel 65 d.C.

    La Pharsalia
    Era concepita come un poema epico di 8.000 versi in dieci libri ma rimase certamente incompiuta (il decimo libro è infatti evidentemente più breve degli altri). Il titolo allude alla battaglia Farselo che nel 48 a. C. concluse la guerra tra Cesare e Pompeo con la sconfitta di quest’ultimo.
    L’argomento è certamente epico, narra infatti di vicende storiche ma già entrate nella leggenda di Roma, ma l’argomento è reale e non mitico. Più che all’Eneide di Virgilio, l’opera si richiama al Bellum Punicum di Nevio e agli Annales di Ennio, ma Lucano fa un’opera rigorosamente storica con totale esclusione del mito, e mette in rilievo anche i lati negativi dei protagonisti insistendo sulla dissoluzione di quei valori che avevano fatto grande Roma.
    In quei tempi l’Eneide virgiliana era già considerata il più importante poema epico latino e quindi, volendo o meno, non si poteva evitare di fare i conti con esso. Tuttavia il rapporto di Lucano con l’Eneide è conflittuale: egli ne critica contenuto, stile e ideologia, ciò che fa della Pharsalia una sorta di autentica “anti Eneide”.
    Quanto al contenuto, Lucano intende operare solo sulla base di fonti storiche affidabili; quanto allo stile, quello di Lucano è lo stile anticlassico, il c.d. “barocco imperiale”, dominato dall’eccesso, dal paradosso, da frasi rotte ed incisive, dall’attenzione ai particolari, anche dal gusto dell’orrido e del macabro, dalla ricerca dell’effetto che colpisca il lettore. Quanto all’ideologia, infine, se Virgilio è il cantore della gloria di Roma, Lucano manifesta un cupo pessimismo e l’intento di cogliere i segni della dissoluzione di quella grandezza, tutto frutto del suo stoicismo che lo porta a demistificare, a cercare sotto le apparenze la realtà anche dura delle cose.
    Se l’Eneide è la storia del cammino di Roma verso la gloria per un destino provvidenziale di grandezza, la Pharsalia è un cantare la catastrofe cui Roma è destinata per l’abbandono di quelle virtù civiche ed individuali che l’avevano fatta grande.

    Ne è un esempio il brano tratta dal Libro VI in cui il figlio di Pompeo, recatosi da una maga per conoscere le sorti della guerra, assiste tra particolari raccapriccianti prima la momentaneo risveglio e poi alla nuova morte sul rogo di un soldato morto che, senza appello, dichiara: “ la Fortuna ha assegnato le tombe ai luoghi dei vostri trionfi, o stirpe miseranda!” E’ la predizione terribile della rovinosa sconfitta dei pompeiani.

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    (quinto messaggio)

    Quintiliano
    Marco Fabio Quintiliano fu originario di Calagurris (l’odierna Calahorra nella Spagna Nord-orientale). Nato tra il 30 e il 40 d.C., fu condotto a Roma dall’imperatore Galba. Nella capitale svolge con successo l’attività di oratore giudiziario; fu, inoltre, insegnante di retorica per 20 anni (dal 70 al 90 d.C.), finanziato dallo stato per volere di Vespasiano. Nel 94, ormai ritiratosi dall’ insegnamento, accettò l’incarico, datogli dal nuovo imperatore Domiziano, di precettore dei suoi due pronipoti. Dopo il susseguirsi di alcune disgrazie familiari, muore, nel 96 d.C., alla fine della dinastia Flavia.
    Le opere
    L'unica opera giunta completa e la più importante di Quintiliano, è l'Institutionis oratoriae libri XII (La formazione dell'oratore), dedicata all'amico Vittorio Marcello e nella quale Quintiliano espone i risultati della propria riflessione teorica e della sua lunga esperienza di insegnante. Il resto della sua produzione non è pervenuto. Quintiliano non pubblicò i discorsi tenuti in tribunale, a eccezione di un'orazione andata perduta in difesa di un certo Nevio Arpiniano, accusato di aver ucciso la moglie. Perduta è la sua prima opera, De causis corruptae eloquentiae (Le cause della corruzione dell'eloquenza), in cui Quintiliano, analizzati i motivi della decadenza dell'eloquenza e, più in generale, dell'arte del parlare e dello scrivere, ne individuava le cause nello stile "corrotto" di Seneca e nei maestri incompetenti e dediti alle artificiose e grottesche declamazioni, di moda già alla fine dell'età di Augusto. Ai discepoli di Quintiliano sono dovuti 2 libri sull'arte retorica, Ars rhetorica, contenenti forse dispense del maestro, pubblicate tuttavia contro la sua volontà. Le declamazioni tramandate dai manoscritti sotto il suo nome sono spurie: le19 dette "maggiori" sono databili al sec. IV; le 145 dette "minori" sono superstiti di una raccolta, collocabile fra il I e il II secolo, che ne comprendeva all'origine 388.
    L’institutio oratoria
    E’ un trattato di dodici libri, dedicato a Vittorio Marcello, personaggio in vista alla corte di Domiziano. Nell’Institutio, Quintiliano scrive un’opera completa e sistematica, delineando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia e trattando di tutti i problemi e gli argomenti, teorici e pratici, attinenti alla scienza retorica e all’attività oratoria. Quintiliano, dunque, scrive un vero e proprio trattato didascalico, molto simile a un manuale scolastico. La concezione della retorica si pone, fin dall’inizio, sulla linea di quella Ciceroniana: la retorica è intesa come scienza che non si limita a fornire conoscenze puramente tecniche, ma si propone di formare, insieme al perfetto oratore, il cittadino e l’uomo moralmente esemplare. Pertanto, tutte le altre discipline, in particolare la filosofia, saranno subordinate ad essa: solo chi possiede perfettamente l’arte dell’eloquenza è in grado di trattare convenientemente di argomenti filosofici.
    Contenuto dell’opera
    Dopo il proemio, Quintiliano dedica il I libro ad un’importante premessa sui precetti pedagogici e sullo studio della grammatica (primo livello dell’ insegnamento). Il secondo libro tratta dei metodi di insegnamento della retorica e la sua funzione (secondo livello dell’ insegnamento). Dal III all’XI libro c’è quella che costituisce il corpus principale della trattazione. In esso, dopo un rapido excursus sulla storia della retorica, troviamo le partizioni fondamentali di questa disciplina: - essa si divide in 6 procedimenti: inventio, dispositio, elocutio, aptum, memoria, actio; - può distinguersi in tre generi di discorsi: deliberativo, epidittico, giudiziario; - può avere tre finalità diverse: docere, movere, delectare. Nel XII libro troviamo, infine, la descrizione del perfetto oratore inteso come vir bonus dicendi peritus.
    La decadenza dell’ oratoria secondo Quintiliano
    Quintiliano indica le cause della decadenza dell’oratoria in fattori di ordine tecnico: carenza di buoni insegnanti, eccessivo spazio dato nella scuola alle declamazioni su argomenti fittizi lontani dalla vita reale. Le cause sono, tuttavia, anche di carattere morale, individuando, nella degenerazione dei costumi, lo scadimento del gusto e dello stile. Non tiene tuttavia conto della mutata funzione dell’oratore nella società civile (non più repubblicana ma monarchica), e non considera le nuove tendenze stilistiche del tempo: egli ripropone infatti il modello ciceroniano, ormai superato, e non più adatto alle condizioni socio-politiche del suo tempo. Bisogna comunque tener conto che, Quintiliano, rielabora il modello del vir bonus, riadattandolo alla sua concezione dell’oratore: quest’ultimo non deve più preoccuparsi della communis utilitas, ma deve mirare all’utilità del principe e della monarchia.
    Lo stile
    Nel suo tentativo particolare di "recupero formale" della retorica, poi, Quintiliano si oppone da un lato agli eccessi del "Nuovo Stile", cioè della nuova prosa di tipo senecano (Seneca è uno dei suoi bersagli preferiti) e allo stile acceso delle declamazioni (che mirano a "movere" più che a "docere"), dall’altro al troppo scarno gusto arcaico: e propone anche qui - come altrove - il modello di Cicerone (modello di sanità di espressione ch’è insieme sintomo di saldezza di costumi), reinterpretato ai fini di un’ideale equidistanza appunto fra asciuttezza e ampollosità, ovvero di un equilibrato contemperamento dei tre stili "subtile", "medium" e "grande". L’autore, però, sia in teoria, sia soprattutto nella pratica della sua prosa, testimonia concessioni al nuovo gusto per l’irregolarità e per il colore vivace.

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    Seneca

    La vita
    Nacque a cordova in spagna tra il 4 e il 2 a.C.;ricevette una formazione retorico filosofica a roma,intraprese la carica politica e fu in contatto con gli imperatori Caligola ,Claudio e Nerone che lo condannò a morte dopo un periodo di esilio in Corsica.
    La svolta della sua vita si verificò quando Agrippina moglie di Claudio lo richiamò dall’esilio per farne l’istitutore del figlio Nerone di cui fu poi consigliere;rendendosi conto di non avere più le simpatie dell’ex discepolo si ritirò a vita privata nel 62 d.C. ed infine si tolse la vita nel 65 per ordine dello stesso Nerone.
    Seneca non intese mostrarsi come modello assoluto di sapiente ma con l’idea della imago vitae(immagine della vita)intese fornire un indicazione dei percorsi possibili per una vita retta aprendo la strada all’imitazione.
    Seneca segue la filosofia stoica secondo la quale il Saggio conosce e pratica la virtù e la sua vita la dimostra;il sapiente quindi è una specie di virtù vivente
    Le opere
    le opere di Seneca sono espressione delle diverse età della sua vita:la giovinezza(studio e ricerca del perfezionamento individuale),l’inizio dell’attività pubblica(opere di carattere politico),il ritiro a vita privata(ricerca dell’interiorità e dell’esempio da lasciare ai posteri).
    Della giovinezza ricordiamo i dialogorum liberi,12 libri non di dialoghi ma piuttosto di conversazione di contenuto morale fatta in tono amichevole e comunicativo.I temi delle conversazioni sono la consolazione per la morte di parenti,i problemi della morale stoica ed infine l’attenzione alla psicologia umana.
    Le opere della vita pubblica hanno carattere etico politico e si riferiscono all’impegno di Seneca come consigliere di Nerone;ricordiamo il de benificiis sul tema della beneficenza dell’imperatore verso i suoi sudditi e il de clementia ,inutile invito al suo illustre allievo e non governare come tiranno ma come imperatore illuminato.
    Infine le opere del ritiro a vita privata hanno carattere meditativo e si rivolgono alle coscienze dei singoli.
    Di questo periodo sono le epistulae ad lucilium,124 lettere in cui Seneca si propone come maestro spirituale.
    Altre opere sono le naturales quaestiones,7 libri di carattere scientifico,l’apocolocyntosis,satira sulla morte dell’imperatore Claudio in prosa e versi,opera spiritosa di un Seneca che non dimentica i torti subiti dall’imperatore.
    Infine ricordiamo le 9 tragedie ,uniche pervenuteci della letteratura latina che propongono temi già trattati nelle tragedie greche e in quelle della letteratura latina più antica,come le fatiche di Ercole,le vicende di ***** ecc;anche in queste tragedie Seneca critica la violenza dei tiranni e studia vizi e passioni secondo il modello della psicologia stoica.
    L’opera e l’ambiente
    Nella sua vita pubblica Seneca aveva cercato di giovare agli altri secondo gli insegnamenti della filosofia stoica(iuvare mortalem);lo aveva fatto non predicando programmi astratti ma compromettendosi personalmente con la realtà politica imperiale del tempo.
    Egli intendeva trovare un ruolo per gli intellettuali nella partita che si giocava tra le tendenze tiranniche dell’imperatore e le aspirazioni della classe senatoria.
    L’alternativa alla tirannide imperiale non era per Seneca impossibile tentativo di tornare all’età repubblicana e alle sue virtù ma piuttosto quelle di spingere l’imperatore ad esercitare mitezza(clementia)e filantropia(beneficium);questo dunque era il ruolo che poteva giocare l’intellettuale.
    Il perfezionamento morale che Seneca predicava doveva servire a lanciarsi nell’impegno della vita pubblica intesa come impegno temporaneo e vissuta con profondo senso del dovere,pronti a distaccarsene quando lo richiedano i tempi e la ricerca di beni superiori come la tranquillità dell’anima e la ricerca della perfezione.
    Il tentativo di convertire l’imperatore al senso del dovere risultò un utopia mentre più successo ebbe quello di offrire alla classe senatoria il modello di una vita tesa alla ricerca di una via percorribile verso la tranquillità dell’anima,la proposta della vita felice dell’uomo saggio che non si attacca agli onori ed ai piaceri della vita.
    Seneca si assunse nella società romana del tempo il compito di dare un esempio(exemplum),di dare se stesso come esempio di persona che ama ed esercita la filosofia come arte del vivere(ars vivendi)cioè teoria e pratica del vivere non astratta ma pratica.
    Seneca insegna i valori dell’etica e quindi ciò che serve a migliorare la vita dei singoli e della società a mettere ordine nel disordine dell’animo individuale e della vita sociale.
    Compito dello stoico è quello di eliminare i falsi idoli inculcati dalla società(passione,ricchezze,onori)ed eliminare le passioni che ostacolano l’esercizio del vero bene e della ragione.
    In questo modo l’uomo attua una vera conversione e ritorna al possesso di se stesso.
    Seneca agisce quindi sull’individuo,sui valori della vita privata della famiglia degli interessi culturali;il suo può definirsi individualismo ma non nel senso di una rinuncia egoistica al mondo,di un rinchiudersi senza senso in se stesso ma piuttosto un invito alla interiorità che consente all’uomo di riprendere il possesso di sé prendendo atto della propria situazione di malati dell’anima.
    L’individualismo di Seneca quindi ha anche una dimensione sociale perché sottratto alla soggezione alle passioni e agli idoli della vita l’uomo si ponga a servizio degli altri.
    Il miglioramento di se stessi condurrà quindi al miglioramento della società ed è questo che viene chiamato umanesimo senecano la ricerca della perfezione interiore per mettersi a servizio,a disposizione degli altri.
    Trovatosi al vertice dello stato come un consigliere di Nerone,Seneca era convinto che attraverso la filosofia stoica,attraverso il miglioramento dell’individuo e quindi anche dell’imperatore si potesse immettere nella politica sanguinosa e agitata del suo tempo un elemento di moderazione e di umanizzazione,addomesticando in qualche misura l’imperatore rafforzando nella classe senatoria la coscienza della sua identità e del suo ruolo.
    La sua fu ricerca dell’arte del vivere(ars vivendi)ma anche dell’arte di morire(ars moriendi)giacchè la morte non può spaventare il saggio che ha sempre vissuto lontano dalle false lusinghe della vita.

  8. #8
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    TACITO
    Publio Cornelio Tacito nasce da famiglia agiata tra il 55 ed il 58 d.C. nella Gallia Narbonese, frequenta a Roma la scuola di oratoria e percorre, senza atteggiamenti servilistici verso l’imperatore, tutti i gradi della carriera politica. Dopo la tirannide di Domiziano, negli anni felici di Nerva e Traiano, Tacito scrive tutte le sue opere, Agricola, Germania, Historiae, Annales. Svolge anche l’attività di oratore; divenuto proconsole d’Asia, muore intorno al 117.
    Le opere
    Agricola è un libro sulla vita del suocero Giulio Agricola.
    Germania è un’opera sugli usi e i costumi dei Germani, un popolo presentato come pericoloso per l’impero anche grazie alla sua intatta integrità morale a fronte della dilagante corruzione dei costumi romani.
    Annales è la prima opera di carattere storico di Tacito e riporta la storia degli imperatori da Augusto a Nerone
    Historiae è la prosecuzione della storia degli imperatori romani fino alla fine della dinastia Flavia nel 96. Complessivamente tra Annales e Historiae si tratta di 30 libri
    Dialogus de oratoribus , opera nella quale si immagina un dialogo tra quattro oratori dell’epoca; Tacito non esprime direttamente il suo pensiero ma è evidente che egli ritiene, nonostante il riconoscimento della necessità del governo dell’imperatore, che difficilmente si potrà tornare alla grande eloquenza dei tempi repubblicani.
    Le idee
    In primo luogo Tacito non crede che gli avvenimenti siano frutto del fato, di un intervento divino come regola generale, e che invece siano frutto dei comportamenti umani. Pur convinto della necessità dell’impero per sottrarre Roma alle lotte interne dell’ultima fase della repubblica, egli ritiene anche la fine della repubblica un aver ingiustamente ceduto la libertà in cambio della pace e che non esista forma politica o assetto sociale che possa reggere difronte alla corruzione dei costumi, agli intrighi ed alle menzogne del mondo politico (pessimismo tacitiano).
    Tacito pone a base della sua attività di storiografo l’intento di una piena imparzialità di giudizio, secondo della “pragmaticità” che fu già degli storici greci Tucidide e Polibio, secondo il quale lo storico deve mirare alla conoscenza obiettiva degli avvenimenti attraverso la ricostruzione delle cause, una ricostruzione che tuttavia, secondo Tacito, non era sempre possibile per la presenza immancabile dei “segreti del potere”. Il risultato è comunque, per l’opera di Tacito, quello di una ricostruzione razionale e sostanzialmente attendibile.
    Nella narrazione di Tacito l’attenzione è sempre focalizzata sui personaggi che sono gli autori delle vicende storiche e dalla cui correttezza, dai cui valori dipende lo svolgimento di quelle vicende (moralismo tacitiano). La storia è vista come una sorta di dramma nel quale si affrontano il bene e il male, nella quale caratteri e comportamenti dei singoli imperatori vengono interpretati come segni generali dei tempi.
    A questa concezione morale della storia è connesso anche il pessimismo di Tacito che vede tutto governato dalla smania del potere che non si ha il coraggio di contrastare; come membro del senato egli non risparmia critiche nemmeno a se stesso e all’intero senato che impotente ha assistito alla sostanziale privazione della propria autorità operata dagli imperatori.
    Va segnalato lo scrupolo di Tacito di attingere, per la ricostruzione storica, per quanto possibile sempre agli atti ufficiali del senato ed alle ricorrenti tradizioni orali, scrupolo che ne fa uno storico estremamente attendibile.
    La lingua e lo stile
    All’elevato stile oratorio di alcune parti che lo consentono (come ad es. alcuni discorsi dei personaggi storici); lo stile del racconto storico vero e proprio è in vece conciso; le asimmetrie della prosa sono legate alla disarmonia degli eventi storici ma sono spesso artisticamente arricchite da un colorito patetico e poetico.

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