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BOLSCEVISMO sovietico ed EBRAISMO mondiale
Ecco a voi la seria e precisa documentazione degli strettissimi legami politico-ideologici-finanziari fra BOLSCEVISMO sovietico ed EBRAISMO internazionale nel corso del XX secolo. Vi riporto alcuni articoli e citazioni eloquenti , persino da fonti 'insospettabili' , cioè da persone ebree e non certo aventi i c.d. pretesi pregiudizi antiebraici...Addirittura lo ammette senza giri di parole (quasi con gioia ed orgoglio etnico tipicamente ebraico!!) pure il famoso Moni Ovadia , un uomo di teatro ebreo "italiano" di "sinistra"!! Leggete quello che afferma in modo spudorato!! La solita ipocrita retorica "egualitaria" che cmq fa capire come la pensano realmente gli ebrei...la superbia etno-nazionalista (altro che "religione"!!) ce l'hanno nel sangue...C'è inoltre un articolo da "Il Giornale" di berluskoglioni - forse il quotidiano più filoisraeliano e sionista d'italia che riassume la situazione!! Eh , c’è una bella concorrenza fra i giornali italiani a tal proposito...Per ulteriori approfondimenti , se vi interessano , leggersi i grandi libri (soprattutto "Il proletarismo" , pubblicato da “Ar” ) del conte Malynski , un aristocratico russo-polacco che ben conosceva la condizione dell’epoca , quelli di Ratier e così via. L’articolo "Stalinismo ed ebraismo" di Lattanzio pubblicato diversi anni fa su “Avanguardia” è pure ottimo per un riassunto di ciò che fu la “rivoluzione bolscevica”. Più sotto ci sono citate altre fonti ed altri scritti documentati , ecc. Quindi ora a voi prendere coscienza di tutto ciò. Beh , leggete con attenzione ciò che segue e poi finitela finalmente di negare l'evidenza!! Non é certo da "paranoici" , quindi , osare parlare di "complotto giudaico-bolscevico" in Russia...questa é la realtà storica , sia che voi la riconosciate obiettivamente sia che voi abbiate i paraocchi...Non solo credenze ideologie , ma soprattutto fatti accertati. Se siete intelligenti tirate da voi le dovute conclusioni...
Holux
Iniziamo con citazioni in gran parte ebraiche :
Norman Bentwich , autore ebreo e membro della assai potente associazione massonica ebraica "Figli dell'Alleanza", scrive nel marzo 1933 su il "B'nai B'rith magazine" :
"L'origine spirituale della Rivoluzione risale ai principi del socialismo quali si trovano negli insegnamenti dei profeti ebrei , anche se il comunista rinnega la terra dalla quale sono usciti."
Il socialista “francese” , l’ebreo B. Lazare , scrisse nel 1934 : “L ebreo Karl Marx, discendente da una serie di rabbini e di dottori, fu un talmudista lucido e chiaro … fu un logico, un ribelle, un agitatore, un aspro polemista, che prese il dono del sarcasmo e dell’invettiva dalle sorgenti ebraiche”
- The American Hebrew, 10/09/1920: “la rivoluzione bolscevica fu… opera del pensiero ebreo, del malcontento ebreo, dei piani ebrei, lo scopo dei quali era di creare un nuovo ordine nel mondo” 27
- “Non vi era una sola organizzazione politica (rivoluzionaria) in questo vasto impero che non fosse influenzata da ebrei o diretta da essi…Gli ebrei sono stati gli artefici della rivoluzione del 1917”
- Cronaca di Londra 1919: “moltissimi ebrei sono bolscevichi e gli ideali del bolscevismo coincidono … con gli alti ideali del giudaismo” 38
- Il Comunista (aprile 1919): “la rivoluzione russa è stata firmata soltanto da mani ebree” 38
- Jakob Schiff, banchiere ebreo-americano, nell’ aprile 1918 ebbe a dichiarare pubblicamente che grazie al suo appoggio finanziario la rivoluzione russa era riuscita …”
"Un'Internazionale di uomini buoni"
di Moni Ovadia
Nei primissimi anni della rivoluzione bolscevica circolava questa storiella ebraica. Durante una riunione del comitato centrale ristretto del partito comunista, Trotskij bisbiglia all'orecchio di Lenin: "Aspettiamo che vada via il goy (Stalin) e poi possiamo pregare, c'è minian (quorum di dieci maschi ebrei adulti necessario per pregare)".
Il raccontino umoristico ci dà conto di un fatto risaputo nel mondo ebraico russo, cioè che il gruppo di dirigenti bolscevichi che aveva deciso e messo in atto la rivoluzione era composto a soverchia maggioranza da ebrei e mezzi ebrei. I loro nomi sono celeberrimi Trotskij, Kamenev, Zinoviev, Radek, Sverdlov e, cosa meno risaputa, lo stesso Lenin era ebreo da parte di madre. Alcuni di essi avevano ricevuto anche un'educazione religiosa. Trotskij, che al secolo si chiamava Lev Davidovic Bronstein, era figlio di un rabbino. Ma questa singolarità non si limitava ai vertici della dirigenza bolscevica. I numeri della presenza ebraica in tutti i movimenti rivoluzionari socialisti, comunisti e anarchici è sconcertante. Il primo partito operaio rivoluzionario dell'est Europa fu il Bund, organizzazione rivoluzionaria degli operai ebrei di Russia e di Polonia. In seguito dal Bund provenne la struttura di quadri del partito socialdemocratico russo, molti dei quali, dopo la rottura con i menscevichi, confluirono nel partito comunista bolscevico.
Quale legame esiste dunque fra l'ebraismo e la rivoluzione? Sicuramente e ovviamente il linguaggio visionario e incendiario dei profeti di Israele che chiamano al dovere della giustizia sociale e alla liberazione dell'oppresso come prima istanza del messaggio ebraico. Ma c'è di più. Molto di più. L'ebraismo è forse la prima grande rivoluzione della storia del mondo e lo è sicuramente nell'Occidente la cui vicenda inizia proprio con Abrahamo, il grande patriarca ineguagliato rivoluzionario che frantuma gli idoli di ogni specie, spezza lo scettro di ogni possibile tiranno. Il geniale "traghettatore" fonda l'essere umano e ne lancia il cammino nel tempo storico con una radicale sovversione dei fondamenti del mondo antico attraverso un patto di pari dignità fra creatura e creatore con il Dio del monoteismo. Ed è ancora a opera di un ebreo che prende avvio la prima liberazione contro un potere idolatra e imperiale, si tratta di un inedito e inaudito processo che procede dal basso. Un popolo di schiavi guidati da un "rinnegato" della classe faraonica al potere, Mosè, spezza le catene della schiavitù e della sua weltanschaung, per inaugurare una nuova visione della vita basata sulla libertà di cui è garante una dirompente e ineffabile concezione del divino. Mosè non si limiterà a guidare il cammino di liberazione, ma costruirà il passaggio all'istituzione della nuova società e dell'uomo nuovo con lo strumento di una legislazione potente che rimane paradigma ineguagliato di rapporto fra ethos e giustizia. La storia dell'Esodo costruisce in qualche misura il quadro dentro il quale si iscriveranno tutte le storie di liberazione del futuro. Ciò che non passerà tuttavia nelle storie rivoluzionarie vicine a noi è la complessità, la capacità paradossale e la fiducia nel tempo della Torah di Mosè. I grandi rivoluzionari del novecento crederanno nel potere taumaturgico della rottura rivoluzionaria e inventeranno un uomo immaginario e ipostatizzato per fare tornare i conti invece che costruire la rivoluzione per l'uomo reale con tutta la sua fragile e contraddittoria precarietà, con i suoi difetti e con la sua complicazione costitutiva che lo rende soggetto sociale tendenzialmente labile e di scarsa affidabilità.
Queste e altre ragioni determineranno il tragico fallimento della più grande utopia della storia dell'umanità, il comunismo. Un revisionismo strumentale oggi vorrebbe fare credere, per precise motivazioni politiche, che quella fu solo una storia di orrori. Non è così, fu la storia di uomini, di idee, di sacrifici, di dedizione, di tradimenti, sofferenze e dolori che non può essere archiviata nel bidone della spazzatura della storia televisiva. Gli uomini che diedero la vita per l'utopia del grande riscatto meritano uno sguardo che ne ricordi l'umanità estrema, una pietas che non li trasformi in numeri.
Milioni di rivoluzionari e di comunisti furono vittime del "dittatore insicuro" Jossip Vissarionovic Dzugasvili detto Stalin, fra di esse il grande scrittore ebreo sovietico Isaac Babel'. Il nostro spettacolo è liberamente ispirato al suo capolavoro L'armata a cavallo. I racconti di Konnaja Armija nascono dall'esperienza viva dell'autore sul fronte russo-polacco della guerra civile seguita alla Rivoluzione Bolscevica. Babel', che nella propria opera chiama se stesso Ljutov, fu al seguito della Prima Armata a cavallo del mitico generale cosacco Budënnyj. Il piccolo intellettuale ebreo occhialuto educato alle dolcezze e alle profondità dell'ebraismo khassidico chiede di unirsi ai feroci cosacchi rossi che, pur avendo scelto di battersi per la rivoluzione, hanno iscritto nella propria cultura più profonda un selvaggio antisemitismo nutrito da una storia secolare di massacri di ebrei. Babel'-Ljutov è ciononostante attratto dalla forza primitiva e vitale di quei leggendari combattenti a cavallo in simbiosi amorosa con le proprie cavalcature e cerca un battesimo di violenza per ottenere una piena legittimità di rivoluzionario. Non ci riuscirà. Rimarrà sconfitto dall'insanabile contraddizione con il proprio ebraismo, dal comandamento "non...ucciderai!". Non troverà neppure la forza di caricare la propria arma durante le azioni di combattimento per non correre il rischio, Dio scampi, di togliere la vita a qualche essere umano, ancorché nemico. Il suo delitto più efferato sarà quello di sciabolare un'innocente oca e quell'orribile omicidio gli procurerà continui incubi e gli farà sanguinare il cuore. Babel'-Ljutov, che combatté sul fronte polacco, l'unico che vide la sconfitta dell'Armata Rossa di Trotskij, ha lasciato a noi che lo leggiamo il dono di uno dei momenti più alti della letteratura di tutti i tempi. Dalle pagine di Babel' emergono uomini piccoli e straordinari. Tutti, i deboli, i feroci, i folli, gli orgogliosi, le vittime, gli esecutori vengono visti nella loro lancinante e disperata umanità. Mai Babel' si lascia andare alla perversione del giudizio.
Fra tutti troneggia il robivecchi Ghedali, il cieco venditore di cianfrusaglie, rapsodo sui generis, che vuole conciliare ebraismo e rivoluzione e va gridando al vento: "dov'è la dolce rivoluzione? La rivoluzione è gioia e felicità. Noi lo sappiamo che cos'è l'Internazionale, dateci un'Internazionale di uomini buoni. Noi tessereremo ogni anima al partito e le diremo: siediti alla tavola della vita anima e gioisci!".
Lo spettacolo si dipanerà come una partitura di immagini, suoni, musiche, canti e parole con cui combatteranno i due grandi cori dei bolscevichi e degli zaristi. In mezzo ai due "eserciti" un drappello di musicisti cavalleggeri rossi suonerà l'epopea dei rivoluzionari mentre gli attori racconteranno e urleranno lo sgomento dei piccoli uomini sconfitti. La Rivoluzione danzerà il suo sogno-incubo di gloria e di sangue prima di morire.
Perché fare uno spettacolo così "demodé" con stelle e bandiere rosse, perché ascoltare la voce dei Ghedali, eroi della diaspora che sono passati per i camini trasformati in cenere da un mondo brutale e non più umano? Per gli uomini di buona volontà che non credono alla fine della Storia, che non vogliono essere definitivamente consegnati al dominio di Mamona, l'idolo dell'oro nel suo ultimo e subdolo travestimento del cosiddetto libero mercato che vuole il sacrificio dei nostri figli, e da ultimo per gli uomini che ancora credono alla possibilità di conquistare su questa terra libertà, giustizia, uguaglianza e bontà."
Il Giornale, 02-07-02
L’ultimo Solgenitsin
"La leadership ebrea dell’Ottobre Rosso"
di MASSIMO CAPRARA
Il Gran Rabbi di Odessa, Lev Davidovic, flssò ad uno ad uno i fervidi volti degli uomini del Politburo sovietico riuniti in una stanza disadorna del fastoso Cremlino, poi esclamò: “Siete assai più di dieci israeliti maschi potete quindi recitare un minyan, la preghiera degli adulti al nostro dio Yahveh, Colui che è. Tanti erano, numerosi e influenti, gli ebrei bolscevichi a capo della Rivoluzione del 1917 che lo zio di Trotzkij, quando ad essi fu presentato dal nipote, individuò, e riconobbe. Erano, infatti, ebrei anche Zinovev, Kamenev, Sverdlov, Radek, Litvinov, Joffe, tutti protagonisti dell’Ottobre Rosso, oltre a moltissimi funzionari del neonato Stato autoritario, della sua polizia segreta e del suo temibile braccio esecutivo, la Ceka. “Nella lunga e caotica storia umana, il ruolo svolto dal popolo ebraico - poco numeroso ma energico - è innegabile, anzi considerevole. Questo vale anche per la storia della Russia. Ma per tutti noi, questo ruolo rimane un enigma”. Così Aleksandr lsaevic Solgenitsin, premio Nobel nel 1970, scrive nel suo primo dei tre tomi dal titolo unitario Deux siècle ensemble edito recentemente in Francia da Fayard e già esaurito dopo quattro edizioni. Egli aggiunge: “È un enigma per gli stessi ebrei. Questa missione singolare ha dato ad essi tutto fuorché la felicità,. Essi hanno costituito “una forza rivoluzionaria importante - prosegue Solgenitsin, - ma sembra che abbiano dimenticato il saggio consiglio che Geremia rivolgeva agli ebrei deportati in Babilonia: cercate la pace per la città nella quale vi ho deportato; pregate Yahveh in suo favore, perché dalla sua pace dipende la vostra”. Il versetto 29-7 di Geremia, citato dall’ottantaquattrenne inquieto e trasgressivo scrittore di Rostov sul Don, ha un sorprendente, deliberato, voluto tasso di attualità. Provocato, provoca.
La plurisecolare convivenza con la “tribù di Mosè” è tuttora uno dei più scottanti problemi della storia postsovietica e, in genere, di quella di moltissime nazioni plurietniche d’Europa, del Medio Oriente e del mondo. Solgenitsin vuole toccare uno dei nervi più scoperti e mirabili, una delle spine delle passate e attuali vicende umane: non per avventura intellettualistica o saggistica d’esibizione,ma per un sofferto interrogarsi e scrutare le ragioni. se ve ne sono, d’un inumano conflitto. Un cercare, un cercarsi “sul filo del rasoio” temerario e spregiudicato. Il proposito che mi guida, scrive l’autore “consiste nel cercare tutti i punti d’una mutua comprensione, tutte le vie possibili che, allontanata l’amarezza del passato, possano, condurci verso l’avvenire”.
“Primo geniere che mette piede in un campo minato” Solgenitsin procede animosamente senza cautele e pregiudizi nell’uno o nell’altro senso, indagando sui “reciproci rancori) che hanno contrapposto e contrappongono uomini e fatti all’interno stesso del mondo occidentale, nel suo cuore più antico e sensibile, le sue radici più appassionate, - quelle dell’antisemitismo e delle “colpe ebraiche”. La prima è un’atroce verità ricorrente della storia, le seconde una sortita dialettica e polemica, un contropiede azzardato, senza mai essere una giustificazione.
Questo primo volume copre il periodo che va dalla fine del XVIII secolo alla vigilia della rivoluzione del ‘17, dalle guerre tra la Russia di Kiev e il popolo khazaro di fede ebraica, come quello di Crimea, sterminato da Tamerlano. Solgenitsin non giunge ancora all’oggi, all’antisemitismo criminale di Stalin il caucasico di stirpe osseta che fa della lotta agli ebrei il distintivo del suo programma, della sua aberrazione antireligiosa. Solgenitsin ne vede però i presupposti: in un imperdonabile peccato che egli addossa agli ebrei. Quello di aver fatto precipitare l’impero zarista visto come garante della convivenza civile e di una possibile pacifica evoluzione del Paese, a fronte dell’apocalittico caos e auto conservazione della rivoluzione bolscevica.
Solgenitsin non minimizza il lungo elenco delle violenze del popolo russo e del suo Stato “scandalosamente impotente”, delle sue persecuzioni annientatrici, come il pogrom del 7 aprile 1903 a Kichinev in Bessarabia. Esso provocò, in un assalto deliberato e programmato con la complicità dello stesso Governatore imperiale, l’uccisione di 49 ebrei, 586 feriti e 1.500 case saccheggiate e messe a ferro e fuoco. Il successivo processo presso il Tribunale d’appello della Camera criminale di Odessa non fu che una “mascherata”, una parodia di giustizia. Gli ebrei di Russia ne ricavarono soltanto un profondo dolore, ma provarono anche “qualcosa che fece quasi dimenticare il dolore: l’onta”.
Esiste nella cultura etnografica russa un concetto sorprendente e paradossale. La chimera, secondo lo studioso Lev Gumiliov, morto nel 1992, nasce realisticamente dalla mescolanza di un gruppo etnico trascinante e quindi maggioritario con un gruppo minoritario etnicamente più nobile ma irrequieto, non coerente con se stesso, autopunitivo, cioè ebraico. Pone, per Solgenitsin, avventurosamente, una mostruosa combinazione culturale e pratica fu presente nel criminale corso della rivoluzione bolscevica un innesto innaturale, una goccia di sangue altro e opposto, un combinato esplosivo, una ferita, una rivolta conto sé. Può una chimera servire a documentare una tragedia della storia, quella comunista? Solgenitsin apre un altro caso. Lo fa, come al solito, coniugando tradizionalismo ed evoluzione.
Le antinomie, le incoerenze, i contrasti inspiegabili sono materia incandescente per l’intellettuale russo, che ha pubblicato opere d’una materialità corposa e perentoria, come Una giornata di Ivan Denisovic o Divisione Cancro e ancora si ingegna a trovare un filo per penetrare nel mistero innaturale del terrore staliniano."
"STALIN E GLI EBREI - Claudio Veltri
Nasce lo Stato d'Israele
(…) Fu dunque la nascita di uno Stato ebraico in Palestina a ridestare l'entusiasmo degli ebrei sovietici. Il sostegno dato dal governo dell'URSS a Israele e il voto favorevole espresso dall'URSS alle Nazioni Unite, vennero interpretati dagli ebrei sovietici come un'autorizzazione ad esprimere solidarietà all'entità politica sionista.
"Per tutte queste ragioni, negli anni 1947-1948, fra gli ebrei sovietici si levarono onde di commozione che giunsero al culmine (nei giorni più neri di Stalin) quando nelle strade adiacenti alla Sinagoga di Mosca, migliaia di persone si radunarono, per singola iniziativa di ognuno, per accogliere la prima ambasciatrice d'Israele, Golda Meir, mentre il canto di Ha-Tikvà esplodeva tra il pubblico e grida di 'Am Israel chai' (il popolo d'Israele vive') echeggiavano nell'aria. Oggi sappiamo pure che ci furono ebrei tanto ingenui da presentare alle autorità sovietiche la domanda di potersi arruolare nell'esercito di difesa di Israele per servire quali artiglieri, carristi, marinai o aviatori, nelle sue unità combattenti. Questo avvenimento straordinario venne a conoscenza del dittatore e radicò in lui il terribile sospetto che in trent'anni, il regime comunista non era riuscito a staccare, né intellettualmente né sentimentalmente la massa degli ebrei, e neppure una notevole parte di essi, dall'attaccamento alle proprie origini e dalla sensibilità agli avvenimenti drammatici del mondo ebraico fuori dell'Unione Sovietica. Allora il dittatore decise che, per spegnere la fiamma ebraica che cominciava a riaccendersi era necessario versare sugli ebrei, e particolarmente sulla loro cultura, e sui loro sentimenti, torrenti di acqua gelata. Anzitutto, bisognava impedire ogni contatto tra gli ebrei sovietici e quelli dell'Occidente" (Ariè Eliav, Tra il martello e la falce, Barulli, Roma 1970, pp. 35-36).
Scrive inoltre l’ebreo François Fejtö – “…tumultuose simpatie filoisraeliane della popolazione ebraica dell'Unione Sovietica, quella passione per Israele che si espresse in maniera così significativa nell'accoglienza trionfale tributata al primo inviato del nuovo stato, la signora Golda Meir. Questo stato d'Israele, non era forse il coronamento dei lunghi e pazienti sforzi dei pionieri di Sion, tra i quali gli ebrei russi avevano avuto un ruolo di primo piano? Il giudaismo russo poteva giustamente considerare Israele come la realizzazione dei propri sogni, come una creatura del suo spirito e della sua carne. Agli occhi di Stalin, invece, questo entusiasmo, questa solidarietà senza riserve erano una sfida intollerabile al sovietismo, incompatibile sia con l'internazionalismo dottrinale che con la ragione di stato dell'Unione Sovietica…" (François Fejtö, Gli ebrei e l'antisemitismo ne paesi comunisti, Sugar, Milano 1962, pp. 33-34).
“La Massoneria è il livello ultimo del potere? SOCIALISMO E COMUNISMO”
brani tratti dal documentatissimo libro “La Faccia Nascosta della Storia” del prof. Piero Mantero (1992, 1° ristampa 1997). Il numero indica le pag. del libro.
- Raggiungere un governo mondiale sotto la maschera del socialismo 16
- 1848: gli ebrei entrarono nell’arena politica direttamente ed assunsero un ruolo dominante… nei movimenti liberali. La rivoluzione del 1848 finì per identificarsi con l’emancipazione ebraica 25
- Con l’Internazionale e la Comune l’ebraismo uscì allo scoperto: gli ebrei … parteciparono potentemente all’organizzazione del partito socialista 26
- La rivoluzione proletaria comunarda risparmiò scrupolosamente le proprietà degli ebrei 26
- 1919: notizie di un’organizzazione segreta ebraico-massonico, la Lega dei Fratelli Internazionali, fondata dall’ ebreo tedesco Mordechai, cioè Karl Marx 150
- L’oro ebreo americano forgiò il bolscevismo e consacrò la rivoluzione d’ottobre alla causa egemonica d’Israele 36 Chicago Tribune del 19/06/1920: “Trotzkij (ebreo) conduce i rivoluzionari ebrei al potere mondiale – il bolscevismo non è che un mezzo per i suoi fini” 36
- (Oggi) il compito del comunismo è terminato: lo scopo era quello di preparare la strada ad una socialdemocrazia universale 37
- La forza mondialista ebrea si manifesta nella rivoluzione russa: Lenin (sposato ad un’ebrea) e Kerenskj (34), Stalin, Kaganov, Beria, etc (segue lunghissima lista) 145
Conclusione di Holux , cioè mia...
Ecco quindi che il vero scopo di Trotsky (che si chiamava bronstein) e dei suoi amici (lenin kamenev zinovev tutti ebrei come lui e finanziati dal capitale ebraico americano degli schiff warburg kuhn e loeb) era il dominio giudaico della russia!! Non a caso ogni rivoluzione rossa in europa fu condotta da ebrei che seguendo le teorie del loro capo spirituale e correligionario marx mordechai ,insanguinarono per il dominio eletto mezzo secolo. i vari luxemburg liebknecht haase bela kuhn hirsch cohen , ecc.
Avete capito o fate finta di non capire?!
Holux
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